Bombino, la rivoluzione del rock-blues del deserto

Il musicista dal cuore Tuareg che suona comme Jimy Hendrix parla delle sue collaborazioni con Jovanoti, Dan Auerbach e di rivoluzione.

lunedì 11 Settembre 2017

Compositore e chitarrista, Bombino, pseudonimo di Goumar Almoctar, è un uomo dallo sguardo intenso e dai modi composti, nato nell’1980 ad Agadès, nel cuore del Niger, nel cuore del continente africano. La sua musica si rifà alle sonorità tipiche degli anni 60-70, da Jimi Hendrix a Jimmy Page, in un contesto rock-blues di matrice americana, arricchito da vocalismi in Tamasheq, la lingua Tuareg. Astro nascente del desert rock e del desert blues, Bombino, è nato e cresciuto in seno alla tribù Tuareg Ifoghas, che lotta da secoli contro il colonialismo e l’imposizione dell’Islam più severo. Il primo aprile 2016 è uscito «Azel», suo terzo album in studio, registrato lo scorso autunno a Woodstock, nell’Applehead Studio per la Partisan Records. Rolling Stone ha definito il suo disco «Nomad» "una perfetta combinazione di suoni e anima". L’ho incontrato per il concerto di inaugurazione di Phest, See Beyond the Sea, la festa internazionale della fotografia a Monopoli, in un angolo di Piazza Palmieri, prima della sua esibizione.

Grazie di essere qui!

B: - Grazie a te! È sempre un onore per noi essere qui, portare la nostra musica in giro per tutto il mondo.

La vostra presenza in questo angolo di mondo è cosa non comune, per cui è un grande onore per noi. Vorrei partire con una domanda sul tuo percorso fino al tuo ultimo album. Quali trascorsi ci sono tra Nomad e Azel?

B: - Molte cose sono successe! Molti viaggi e nostalgia della famiglia, dei piccoli, degli amici. Penso che l’ultimo album di Bombino ne sia specchio.

Hai mai pensato di scrivere un libro che contenga la traduzione dei tuoi testi?

B: - Mai pensato, mai! Ti chiedo il perché di questa domanda.

Molti gruppi in Italia scrivono e cantano in italiano e buona parte del mondo non li capisce. Tu usi il Tamasheq,  il linguaggio Tuareg, e succede la stessa cosa, no?

B: - Sì, accade lo stesso. – sorride – Il Tamasheq ce l’ho dentro, per me è qualcosa che, come dire, coinvolge straordinariamente un mio inamovibile diritto reale, ma al tempo stesso è normale per me. Perché mi da orgoglio potermi esprimere così verso il mondo, nella Storia. È un onore, sì, è un simbolo. Perché se guardo alla Storia, molti gruppi l’hanno scritta. Noi abbiamo cominciato ed è bene, è vero. Però perché se scriviamo la Storia dovremmo riscriverla così com’era?

Una domanda sull’Italia. È la seconda volta o più che venite qui?

B: - Ci siamo stati molte volte. Questo è un anno molto intenso per noi qui in Italia. Anche l’anno scorso ci abbiamo suonato molto, quindi posso dirti che l’abbiamo girata abbastanza.

E come hai conosciuto Jovanotti? So che è stato lui a chiederti di suonare un suo pezzo.

B: Sì, Jovanotti mi ha invitato a venire per una canzone [N.d.A. Si alza il vento, Lorenzo 2015 CC] cercandoci là giù in Niger. Aveva sentito parlare di noi, delle tournée, così ci ha chiamati ed invitati da lui, in studio. È davvero raro che una star faccia qualcosa del genere. – Bombino si batte il pugno sul cuore – e Salam aleik! noi ci siamo approcciati, e ringraziamo che lui ci abbia aperto le porte del suo mondo. È stato davvero qualcosa che non potrò mai dimenticare.

È più o meno quello che è successo con Dan Auerbach?

B: - Sì, è cominciato un po’ così con Dan nel 2012. Dan Auerbach, wow! È stato un grande amico! Lui ha molte idee. Ci ha dato una chance, ci ha dato il materiale, le attrezzature per lavorare e molte idee. Ci ha invitati da lui per produrre l’album “Nomad”, ed è stato davvero qualcosa di… – Si batte di nuovo il pugno sul cuore. –

E poi l’album è davvero esploso in Europa. Ha funzionato molto bene

B: - Sì, è andato molo bene.

Ho sentito spesso usare la parola “rivoluzione” “rivoluzionario” per voi. Qual è il cuore della questione per te?

B: - Rivoluzione cos’è? Per me è qualcosa in grado di stabilire la pace. Intendo, ad esempio, prendiamo un quartiere, se in quel quartiere portiamo le chitarre e facciamo musica, non è perché suoniamo che ci uccideranno. Posso fare degli esempi così. Può accadere che uscendo dalla città troviamo posti da cui è passata la guerra, in cui le persone sono intimidite, traumatizzate, proprio a causa del conflitto. È sempre questo a spingerci a perseguire a nostra missione: trovare un angolo tranquillo in cui fare musica. La musica ed i suoni aiutano le persone, le sostengono. Con questo supporto è possibile cambiare i cuori. Con la musica è possibile, comunque e soprattutto in Niger, dove da molto tempo non era possibile stabilire una buona integrazione tra i popoli. Ma grazie alla musica è possibile!

Potrei restare a parlare anche tuttala notte perché ci sono moltissimi argomenti che potremmo affrontare, ma ti lascio libero di andare a suonare.

B: - grazie! – ride

Grazie a te! Per le tue parole, per la tua musica e per il tuo spettacolo!

B: - è stato u piacere.

 

Paola Pagone

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